Come qualmente le supposte non meritano spazio in politica

Si può discutere, dibattere, litigare, ma non si può non essere d’accordo su un particolare: a Genova si è assistiti al trionfo dei mezzi di comunicazione; al di là di tutto è stato un evento mediatico, un’ulteriore dimostrazione di forza di quel quarto potere che tutto imbriglia e tutto avvolge.

A pensarci bene, le tre giornate di Luglio non furono poi molto diverse da quel 25 dicembre del 1989 in cui si consumava, in diretta TV, la caduta del comunismo in Romania. Un processo a un dittatore, un tumulto di piazza, tutto con i tempi perfetti di una trasmissione di un Bonolis qualunque, con lo spazio per opinionisti e giornalisti: si ebbe l’impressione che qualcuno ce l’avesse fatta, che, finalmente, il popolo si fosse impossessato dei media per diffondere l’informazione oggettiva.

Anche a Genova si vide l’informazione oggettiva: come possibile, altrimenti? Viviamo in una democrazia, in una società in cui a una riunione del G8 è stato dedicato quasi lo stesso spazio della guerra nel Kosovo. Viviamo in una democrazia, governo del popolo, in cui qualunque gesto viene descritto, interpretato e giudicato da mille punti di vista, dalle mille fonti d’informazione che abbiamo a disposizione per conoscere la verità. Mille fonti d’informazione, mille verità, dunque, ma nella nostra bizzarra democrazia, chi si ritrova in questo momento al governo è proprietario di buona parte del complesso mediatico nazionale che, per via dell’ultimo responso elettorale, è diventato perversamente l’organo ufficiale della volontà popolare.

Gioite! Ecco realizzato il sogno di Rousseau! Eureka!

Ma no si sia strumentali: se il signor Berlusconi è stato nominato premier nonostante fosse proprietario di Mediaset, RCS, di parte del gruppo Mondadori, significa che, alla maggioranza degli Italiani, andava bene così, perché hanno visto in Lui un garante della comunicazione al punto da affidarGli anche la gestione delle tra reti pubbliche. Che c’è di strano? È la democrazia: il popolo ha deciso le sorti del sistema mediatico nazionale. Che c’è di male? In fondo, Lui è il rappresentante dell’Italia e, dunque, colui che deciderà in suo nome ciò che è bene che si sappia e ciò che sarebbe meglio nascondere. Poco importa se abbiamo 45 diversi tipi di Pravda (la verità, appunto), ognuna con un nome diverso, ognuna che fa finta di dire cose diverse dalle altre, perché lo abbiamo voluto noi, lo scorso 13 Maggio. Poco importa se ci saranno cinque cloni di Emilio Fede, ciascuno per un’emittente diversa. Poco importa se le poche voci fuori dal coro saranno bollate come “sovversive” o appartenenti “alla solita sinistra veterocomunista” che, da qualche tempo a questa parte, ha anche delle strane connivenze con quegli oscuri figuri che si divertono a devastare le vetrine di banche, macellerie e fast foods. Poco importa, perché la democrazia val bene qualche perdita di libertà (poco importa anche se il termine “democrazia” presuppone il governo di tutti e non una volgare dittatura della maggioranza, ma questa è un’altra storia…).

Genova come Bucarest, dicevamo, in entrambi i casi il sistema mediatico ha vegliato su un evento, creando l’introduzione di una nuova favola dall’intreccio perverso.

Una storia che, in Romania, suonava più o meno così: “C’era una volta, in un paese d’oltre cortina, un dittatore che, con la scusa di attuare il comunismo, accumulò incredibili ricchezze opprimendo i suoi sudditi. Ma, la notte di Natale, il popolo si ribellò e, dopo averlo processato, giustiziò il perfido tiranno che si opponeva alla libertà. E tutti vissero felici e contenti nel rispetto dei diritti umani e del libero mercato”.

Una storia che, invece, in salsa nostrana, suona più o meno così: “C’era una volta una città, punto di incontro di culture e popoli diversi, che si affacciava sul mare più bello del mondo. Questa città fu scelta dagli uomini più potenti del mondo per incontrarsi e parlare del futuro del pianeta. Tra questi c’era anche un cavaliere di nome Silvio che, nonostante fosse un uomo ricchissimo desiderava che i bambini non morissero più di fame. Purtroppo, in questa bellissima città, arrivarono 250.000 ragazzacci che non volevano che il Cavaliere alla tavola rotonda salvasse il destino dell’umanità. Il buon Silvio, però, era convinto che non tutti questi ragazzi fossero cattivi e, per questo motivo, decise di parlare anche con loro per ascoltare opinioni diverse. Ma loro non ne volevano sapere e, per questo motivo, iniziarono a devastare la città. Il principe degli azzurri, allora, fece arrivare la polizia che scacciò i teppisti e salvò i cittadini dal pericolo. E vissero tutti felici e contenti”.

Ma, al bambino attento, in una favola simile, non sfuggiranno certo taluni particolari che una diversa ricostruzione dei fatti può portare in evidenza. S’ipotizzi, per esempio, che il buon Cavaliere abbia fin dall’inizio immaginato che nella detta città ci sarebbero potuti essere tanto dei manifestanti violenti, quanto dei pacifici contestatori capaci di gettare ombra sul Suo operato.
S’ipotizzi, per giunta, che dal summit in questione, si prevedessero ben pochi risultati che avrebbero, così, screditato il suo impegno politico. Allora sarebbe logico immaginare che, dopo aver dato segni di inequivocabili qualità democratiche, aprendo al dialogo con le parti sociali, la mossa successiva fosse spostare l’attenzione dall’improduttiva riunione verso gli inevitabili scontri tra polizia e manifestanti in modo da bloccare chi voleva impedire il quieto svolgersi dei lavori (giacché nessuno si ricorda che è in corso un G8, è come se esso non ci fosse e, quindi, non importa a nessuno se dà risultati oppure no). Se poi si dimostrasse che il governo abbia dato un‘implicita (ergo, indimostrabile) carta bianca ai vertici delle forze dell’ordine, allora si potrebbe facilmente capire come possano essere avvenute quelle plateali violazioni dei diritti civili e politici dei cittadini: i pestaggi gratuiti, la mancanza di tempismo e di coordinamento (se non si vuol parlare di complicità) che ha permesso al Black Bloc di distruggere interi quartieri, l’irruzione all’interno della Diaz, sede del GSF. I risultati? Il Black Bloc distruggono la città, quindi c’è una parte violenta che, non essendo stata fermata in tempo, si è mescolata con gli altri, quindi i celerini possono menare a discrezione e, soprattutto possono irrompere, ai limiti della legalità, dove il movimento pacifico ha il suo quartier generale in cui si offre copertura alle fronde più estremiste. E allora? E allora non c’è più distinzione tra buoni e cattivi perché sono tutti cattivi e, allora, i poliziotti hanno fatto bene a prendere tutti a manganellate indiscriminatamente perché non c’è più nessuna discriminante. E allora, tra tanta gente antidemocratica e, a questo punto, delegittimata, c’è solo uno che vuole veramente il bene dell’umanità e che lavora per esso senza tregua e senza sosta: Lui.

Ma il discorso non regge, i costi di una simile strategia sono troppo alti rispetto ai benefici: è vero, Lui apparirebbe come l’unico ancora in grado di spendere parola sui problemi del Terzo Mondo, ma, d’altro canto, i cittadini italiani vorranno delle spiegazioni per le violenze perpetrate dall’apparato delle forze di pubblica sicurezza., vorranno un responsabile… E se s’ipotizzasse che il governo no c’entra niente con tutto questo perché i servizi d’ordine erano gestiti completamente dal Capo della Polizia e dal suo entourage, retaggio del vecchio governo? Si avrebbe la controprova del fatto che la sinistra non ha ancora abbandonato quelle pratiche che definire “staliniste” non sarebbe fuori luogo e che il governo è pulito e trasparente come la coscienza di un bambino. E, infatti, una testa cade, non quella di De Gennaro, ma quella di un emerito sconosciuto di nome La Barbera che ottiene, così, i suoi 15 minuti di celebrità. La testa del Capo della Polizia è stata accuratamente mozzata e surgelata, in modo da poterla presentare su un piatto d’argento in occasione della prossima richiesta di un capro espiatorio su cui riversare le colpe per qualche vicenda di piazza risolta in maniera poco pulita. E, di questioni simili, ce ne saranno ancora: molti non hanno ancora digerito la morte di Giuliani, poi a settembre ci sarà il vertice NATO a Napoli, a novembre la riunione della FAO a Roma e, infine, le sinistre hanno promesso un autunno caldo, denso di manifestazioni per contrastare la linea di governo del paese.

Ma si continui ancora con le ipotesi: s’immagini che riemerga dal nulla un nuovo allarme terrorismo, tale per cui l’opposizione si veda costretta, innanzitutto a lavorare per la salvaguardia delle istituzioni, piuttosto che per le tanto abituali quanto squallide dinamiche di partito. Basta una sola bomba, in un momento delicato, per rimettere ordine nelle dinamiche interne di un paese troppo in fermento. E, infatti, la bomba c’è stata, a Venezia, capoluogo della regione che ospita il nocciolo duro dei centri sociali italiani e proprio in occasione della visita del Presidente del Consiglio. Questi, immediatamente dopo, ha invocato, con un tempismo che ha dell’incredibile, la solidarietà del centrosinistra: una politica bipartisan per fronteggiare il nemico comune.

Che altro resta da fare, al povero Ulivo, se non riesumare il vecchio compromesso storico? Ma i tempi sono diversi: non sono più gli anni ’70; non ci sono più i proletari né la lotta di classe; la sinistra non è più un monolitico PCI capeggiato dall’inossidabile genio politico di Enrico Berlinguer, ma una realtà frastagliata e dilaniata da lotte intestine, guidata da un insipido Rutelli.
Il governo non ha più niente (…) a che vedere con la DC di Moro, Cossiga, Andreotti; Gladio non c’è più; anche il bipolarismo internazionale è venuto meno… Ma che fine faranno, in questo momento delicato, le manifestazioni e gli scioperi minacciati dai banchi dell’opposizione (gli stessi fermenti di piazza che furono letali alla precedente edizione del governo Berlusconi)?

C’è chi sostiene che questa bomba puzzi, ma come dare credito a queste tesi? Solo perché nessuno sapeva del viaggio del Cavaliere, deciso all’ultimo momento? O forse perché si è trattato di esplosivo al plastico che, di certo, non si compra in farmacia? E vero, i Nuclei Territoriali Antimperialisti che, fino al giorno prima si limitavano a bruciare le macchine, dopo due anni di silenzio di cui si può pensare di tutto, decidono di porre in atto una dimostrazione di potenza attraverso un ordigno che, in grado di devastare l’edificio del tribunale, è stato depotenziato fino a fare poco più di un gran botto. È vero, la bomba riporterebbe coesione politica attorno alla maggioranza, ma è forse sufficiente tutto questo anche solo per supporre una qualche implicazione delle nostre istituzioni in una diabolica, seppure utile, strategia della tensione? Ma non siamo ridicoli!

Al giorno d’oggi, chi non è in grado di procurarsi del plastico? Chi non è in grado di preparare un attentato simile, dietro un tribunale, in soli due giorni? E, soprattutto, vista la facile disponibilità del detto esplosivo, perché utilizzarne una quantità minore mettendolo, ad esempio, in una pentola a pressione per ottenere un effetto equivalente, quando, invece, si può abbondare? Infatti, come tutti sanno, il plastico costa meno di una Lagostina per fare il brasato e, soprattutto, è più facile da trovare!

Qualche anno fa, Hegel, chiunque fosse, pronunciò una frase che suonava pressappoco in questo modo: “Ciò che è reale è razionale. Ciò che è razionale è reale”. Ma la realtà si basa su fatti concreti e non su delle banali, per quanto logiche questioni come quelle fin qui supposte.

Genova come Bucarest, dicevamo, in entrambi i casi il sistema mediatico ha vegliato su un evento, creando l’introduzione di una nuova favola dall’intreccio perverso.

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