L’ ipocrisia occidentale della pace

L’ ipocrisia occidentale della pace
fonte: Aldo Soligno

Per capire la fase odierna di un conflitto che dura da più di 60 anni, è fondamentale sapere qual è il rapporto tra i territori israeliani e i Territori Occupati e come questo sia cambiato nel corso dell’ultimo mezzo secolo.

Percepire la situazione territoriale della Cisgiordania è impresa assai ardua da qui. Poche sono le informazioni che ci vengono messe a disposizione dai media, nonostante tutti i giornali ed i telegiornali parlino frequentemente del conflitto.

I territori occupati sono forse il luogo in cui è oggi maggiormente evidente come la frammentazione territoriale e sociale, lungi dall’essere il risultato dell’interazione di forze caotiche, sia un progetto ben definito, volto a istituire una forma spaziale e giuridica di governo.
(A. Petti, “Arcipelaghi e Enclave”)

Per capire di cosa si compone questa forma spaziale e perché è alla base del conflitto è necessario fare un rapido excursus tra due dei principali elementi di frammentazione dei Territori Occupati (le colonie e le bypass roads), attraverso le più rilevanti fasi storiche fino ad arrivare ad oggi, ad Obama ignorato da Netanyahu.

Le colonie. Al termine della guerra dei sei giorni (6 giugno 1967) Israele si trova di fronte al problema di amministrare i territori appena occupati: da un lato, quindi, annette nuove aree all’ordinamento statale israeliano, dall’altro sospende spazi e popolazioni in una condizione di “normale” eccezione, adottando quindi uno stato di emergenza permanente.

La realizzazione delle politiche di colonizzazione della Cisgiordania si possono dividere in due fasi principali: la prima, che va dal 1967 fino alla fine degli anni ’70, in cui il partito laburista al governo adotta la strategia di colonizzazione che intende l’occupazione a fini principalmente difensivi; le prime colonie sono infatti disposte rigorosamente lungo il confine, notevolmente distanziate dalle zone abitate dai palestinesi, hanno un carattere prevalentemente agricolo e devono funzionare da avamposto contro una temuta invasione araba. La seconda fase va dalla fine degli anni ’70 alla fine degli anni ’80, quando al governo di Israele si trova per la prima volta il partito conservatore del Likud. E’ in questo periodo che la strategia di colonizzazione cambia profondamente: l’obiettivo diventa incrementare la presenza ebraica in Cisgiordania al fine di rendere impossibile qualsiasi futuro compromesso territoriale. Perseguire questo obiettivo significa prevedere grandi blocchi di colonie molto vicine alle città ed ai villaggi palestinesi interrompendone la continuità territoriale. Le colonie diventano quindi villaggi suburbani dipendenti dalle città, abitati da coloni non più contadini che beneficiano di agevolazioni ed incentivi del governo, il quale auspica un rapido popolamento ed un’altrettanto rapida crescita di questi “covi di fondamentalisti” autorizzati a girare armati di mitra. Purtroppo questa politica ha dato inizio ad una serie di tragici episodi di violenza che ancora oggi getta i “vicini di casa” nel terrore: troppi bambini palestinesi che per poter raggiungere la scuola si sono avvicinati ad una colonia sono stati uccisi, troppi gli studenti universitari e gli agricoltori che sono entrati nel raggio visuale di un colono armato, sono morti. Nel periodo in cui Likud è al governo, dal 1982 al 1992, la popolazione degli insediamenti raddoppia.

Nel 1993 Israele sottoscrive insieme all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) la Dichiarazione di principi che dovrebbe mettere fine alla colonizzazione della Cisgiordania. In realtà la crescita degli insediamenti continua.

Non solo: numerose sono state le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che hanno posto le azioni di colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza fuori dall’ordinamento internazionale e che hanno imposto a Israele l’immediato ritiro dai Territori occupati sono state ignorate: le colonie continuano a crescere.

Israele è riuscito ad attuare agevolmente queste politiche territoriali con l’ausilio di un complesso sistema di strumenti giuridici che si basa su un principio fondamentale: i coloni sottostanno alle leggi civili israeliane, i palestinesi agli ordini militari dell’esercito israeliano. Queste forme giuridiche fanno riferimento a leggi di confisca ed espropriazione di varia natura: dalle espropriazioni per motivi di sicurezza, alle espropriazioni per motivi di pubblica utilità, con l’aggiunta di una vecchia legge ottomana del 1858 che trasforma in norma permanente il carattere di provvisorietà temporale delle prime.

Le bypass roads. Per definizione la nozione di infrastruttura sottintende l’idea di CONNESSIONE, concetto assolutamente contraddittorio, invece, nel caso dei territori occupati: le reti infrastrutturali si trasformano in strumento di controllo, progettate per selezionare, filtrare e segregare porzioni notevoli di territorio e di popolazione. Infrastruttura come disconnessione: le bypass roads, generatrici di un territorio frammentato e razzista, capaci di collegare alcuni e di isolare altri. Le colonie non potrebbero funzionare se non fossero collegate tra loro e con Israele tramite una rete infrastrutturale continua e omogenea, capace di bloccare lo sviluppo dei villaggi palestinesi, e contemporaneamente di creare confini e barriere tra comunità un tempo collegate.

Dalla fine degli anni ’80 ha preso il via la costruzione di molti nuovi tracciati autostradali per cui si prevedono distanze di rispetto che superano i 600 metri per le strade principali e regionali. Tali misure di rispetto comportano una duplice conseguenza sul territorio palestinese: da una parte sono un espediente strategico per frenarne fisicamente e burocraticamente l’espansione, dall’altra consentono la demolizione di un numero rilevante di case.

I flussi delle “bypass roads” sono sotto il controllo diretto di Israele, che li amministra tramite una fitta rete di checkpoint permanenti e temporanei (“volanti”), barriere e pattugliamenti dell’esercito. Per un viaggiatore palestinese è quindi impossibile andare da una città all’altra senza dover attraversare uno o più checkpoint. Questo comporta nei migliore dei casi impiegare il quadruplo del tempo che può impiegare un israeliano percorrendo il tragitto dallo stesso punto di partenza allo stesso punto di arrivo.

Nonostante la rete autostradale sia teoricamente accessibile a tutti, l’utilizzo da parte dei palestinesi è notevolmente limitato da diversi fattori: mancanza di uscite e di accessi in prossimità delle città palestinesi, assenza quasi totale di segnaletica riferita alle località palestinesi, fermate dei mezzi pubblici solo per coloni e soldati israeliani.

Con l’inizio della seconda Intifada, alla fine del 2000, la situazione si è aggravata: Israele ha ridotto drasticamente le possibilità d’accesso per i palestinesi a molte delle strade della Cisgiordania, incluse molte “bypass roads”. Sono proibizioni non scritte che l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem riassume in questo modo: a) strade la cui percorrenza è completamente vietata ai palestinesi; b) strade la cui percorrenza è permessa solo a palestinesi muniti di un speciale permesso con uso ristretto dei veicoli; c) strade con accesso controllato da checkpoint permanenti e temporanei. I palestinesi colti a percorrere una strada a loro proibita rischiano l’arresto e la confisca del veicolo.

B’Tselem stima che in Cisgiordania ci siano 17 strade in cui l’accesso è totalmente proibito ai veicoli palestinese, 10 il cui accesso è parzialmente proibito e 14 il cui accesso è limitato. Il territorio a cui vanno rapportate è in media lago 50 km e lungo 300km. Proibire l’accesso a una strada anche per pochi chilometri significa disconnettere intere aree.

Quei 1600 alloggi israeliani a Gerusalemme Est altro non saranno che colonie, abitate da coloni armati che avranno bisogno di bypass roads per accedere alle loro case. Gerusalemme è rivendicata da entrambi i popoli come capitale e attualmente, nonostante sia annessa ad Israele a tutti gli effetti, è divisa in due: Gerusalemme Est e Gerusalemme Ovest (un muro alto 12 metri ce lo ricorda), la prima abitata da arabi e la seconda da israeliani.

Inserire una colonia di queste proporzioni all’interno del densissimo tessuto di Gerusalemme non è solo una provocazione fuori dalle regole del gioco, ma l’ennesima violenza e prevaricazione nei confronti del diritto internazionale, uno schiaffo di menefreghismo reiterato nei confronti dell’ONU (per non parlare dei confronti palestinesi), ma una netta presa di posizioni contro i sacri voleri della super potenza USA.

Il primo ministro israeliano a Washington minaccia il blocco dei negoziati se i palestinesi insistono sul congelamento degli insediamenti
(Repubblica, 23 marzo 2010)

Ma per la creazione di due stati (a cui sta mirando il processo di pace da sempre) non basta solo il congelamento, è necessario lo smantellamento di un numero notevole di colonie. E Israele non solo non ha intenzione di smantellare, ma evidentemente neanche di congelare. A Israele non interessa la pace. Anzi per lui sarebbe solo dannosa: andando avanti così, invece, sarà in grado di annettere ai suoi territori tutto quello che resta della Cisgiordania e di Gaza. E questo nel silenzio e nell’inconsapevolezza globali, interrotti solo da qualche kassam o qualche sasso palestinese, che sarà chiamato terrorista.

Continuiamo pure, noi opinione pubblica internazionale a strafregarcene. Ma per favore evitiamo di parlare di processo di pace: è un’ipocrisia inutile.

Fonti:

9 Comments

  • 30/03/2010 | Permalink |

    leggere il nome di questa testata è sempre fantastico :)

    This comment was originally posted on FriendFeed

  • Daniele Costa Zaccarelli
    30/03/2010 | Permalink |

    Annettere quello che resta di Cisgiordania e Gaza?
    Mi sembra che le cronache dicano il contrario: prendi il ritiro unilaterale da Gaza del 2005, e la successiva offerta di Road Map da parte dell’Onu.
    Una opportunità politica incredibile per la Palestina.

    Hamas ha risposto coi kassam.

    Ma il mio discorso è generale: se fosse vero che il problema centrale fosse la costituzione di uno Stato Palestinese e che la colpa della negazione fosse di Israele, Hamas e Al Fatah avrebbero dovuto trovare un terreno di alleanza.

    Invece si sparano. Sarebbe interessante chiedersi il perchè.

  • 30/03/2010 | Permalink |

    credo che il problema cruciale sia l’esistenza di due stati. finché non sarà riconosciuto come stato la palestina, i rapporti di forza saranno sempre sbilanciati a favore di israele: se ti espandi in un altro stato è un’invasione, se ti espandi in “terra di nessuno” è un allargamento dei confini.
    gli israeliani e i palestinesi sono socialmente, culturalmente e politicamente due realtà ben diverse.
    hamas e al fatah (che fa riferimento all’olp) hanno scelto strade diverse per arrivare al medesimo obiettivo. se vuoi sono sfumature di grigi, ma le differenze ci sono. in realtà nel 2009 il braccio armato di al fatah si è schierato con hamas durante l’offensiva israeliana nella striscia di gaza.
    i romani dicevano “divide et impera”, vuoi che gli israeliani l’abbiano capita?

  • Daniele Costa Zaccarelli
    30/03/2010 | Permalink |

    Tu parli di convergenza di obiettivi tra Hamas e al fatah. Posso essere d’accordo.

    Ma di quali obiettivi stiamo parlando?
    Sicuramente non trattare con Israele per la creazione di uno stato palestinese.
    Quando i palestinesi erano nelle condizioni di farlo hanno scelto sempre la jihad.

    Prendi il 93, dopo gli accordi tra rubin e arafat. Prendi il fallimento degli accordi di Camp David per le richieste di Arafat sui profughi palestinesi. Prendi il 2005, dopo il ritiro unilaterale di Gaza.

    Quando sono stati messi nelle condizioni di accordarsi con Israele per la nascita dei due stati, i palestinesi sempre scelto le armi.

    Non viene in mente a nessuno che forse l’accordo non è trai loro obiettivi?

  • Anna Trazzi
    30/03/2010 | Permalink |

    No no no.. scusate, ma allora continuiamo a chiudere gli occhi di fronte a un evidenza fin troppo censurata dai media delle nostre parti.
    Vorrei ricordare che la palestina non esiste.. in effetti si chiamano terriotri occupati: sono occupati evidentemente. Non so se a bassa risoluzione si vede, ma nelle mappe riportate all’interno dell’articolo, si vede l’evoluzione dei territori: grigino chiaro territori palestinesi, grigio più scuro israele. Ora se Israele non si ravvede sulla sua politica territoriale, mi dici com’è possibile ipotizzare la creazione di uno stato? Sarebbe certamente molto modaiolo con la sua fantasia leopardata…
    E poi.. via.. abbandoniamo l’ingenuità: hamas è militarmente equipaggiato dagli israeliani.. Di cosa ci vogliamo stupire? Hamas esiste come alleato d’Israele.

  • Anna Trazzi
    30/03/2010 | Permalink |

    ps. proprio per la sua politica di apertura nei confronti della causa palestinese, Rabin è stato assassinato dai suoi connazionali fondamentalisti, rappresentati politici dei coloni. Forse questo ti è sfuggito.

  • Alessandro Belletti
    30/03/2010 | Permalink |

    Il concetto chiave anche secondo me è che la non esistenza di una statalità palestinese chiaramente cambia le carte in gioco e gli equilibri. L’esistenza di uno Stato, significa non solo avere un’ appartenenza culturale, religiosa, politica condivisa, ma anche avere confini territoriali ben definiti, avere un potere di deterrenza, ovvero avere un esercito e quindi anche avere un potere giuridico su quel dato territorio, cioè avere delle Istituzioni. Si sviluppa qua la differenza tra Stato e Nazione: la Germania dell’800 ad esempio era Nazione perchè aveva un substrato culturale simile, una lingua uguale per tutti, ma non era Stato…non aveva confini e non aveva esercito e istituzioni comuni. Finchè la Palestina rimarrà Nazione avrà pochi diritti legali riconosciuti anche a livello internazionale e Israele potrà fare quello che ha sempre fatto: gli affari suoi…è brutto dirlo, ma la cosa che più mi angoscia è che gli ebrei da vittime si sono trasformati in carnefici, dimenticando ciò che vuol dire non avere uno Stato, delle istituzioni, un esercito che ti difende quando sei minacciato o attaccato. Il giorno della memoria è irrinunciabile, ma a me sembra proprio che quelli che più di tutti dovrebbe avere coscienza e sensibilità se ne siano completamente scordati.

  • Daniele Costa Zaccarelli
    30/03/2010 | Permalink |

    Ma quindi secondo te dire che Rubin sia stato assassinato da UN connazionale fondamentalista equivale a dire che il popolo israeliano era contrario al processo di pace?

    E sostenere che negli anni 80 Israele abbia appoggiato Hamas in una logica di politica reale anti Al fatah, equivale a sostenere che Hamas è alleato di Israele?

  • Anna Trazzi
    30/03/2010 | Permalink |

    Al di là di quello che riteniamo più comodo credere, dico semplicemente cha da una parte c’è un’entità occupante molto aggessiva, che da 62 anni, in modi diversi, ha inesorabilmente ampliato i suoi confini territoriali, con tutto quello che ne consegue: quindi una presenza militare costante, check point, controllo dell’acqua ecc.. nonchè un costante appoggio internazionale. Dall’altra un popolo che subisce violenze ed usurpazioni, senza la reale possibilità di difendersi, se non con qualche lancio di sassi e kassam che raramente uccidono qualcuno. Dalle nostre parti si chiamavano partigiani. Adesso li chiamiamo terroristi. Vorrei anche precisare che di tutto si può parlare tranne che di jihad. Non è una querra religiosa. Anche se vogliono farcelo credere. Ti sorprenderà sapere che storicamente i palestinesi sono un popolo molto colto e tollerante, abituato, nei secoli, alla convivenza pacifica tra cristiani musulmani ed ebrei, che sono sempre riusciti a convivere in terra santa insieme (piccolo aneddoto interessante: tutte le città palestinesi sono state fondate con la costruzione di una moschea e di una chiesa cristiana, una di fronte all’altra). Quello con cui bisogna fare i conti oggi, però è una situazione “emotiva” molto diversa: non possono spostarsi neanche di pochi km se non subendo trattamenti degni delle peggiori dittature razziste, e mettendoci il quatruplo rispetto a quanto impiegheresti tu o un israeliano, sono sottoposti ad un rigidissimo regime di carte d’identità che li discriminano per la loro identità araba (non musulmana, araba), non possono andare all’estero, se non con speciali permessi che richiedono mesi di attesa, quando va bene, non hanno il controllo dell’acqua quindi interi villaggi si ritrovano per settimane senza acqua corrente, le loro città non possono espandersi, per la presenza del muro, che corre lungo tutto il “confine, per la presenza delle colonie e delle bypass roads, vengono arrestati continuamente giornalisti, attivisti di ogni ordine e grado (anche solo sospettati) e rimangono mesi nelle prigioni israeliane per mesi senza avere diritto ad un regolare progesso, le loro case vengono distrutte e i loro campi di ulivi e limoni devastati per “motivi di sicurezza”, sono costretti a comprare e consumare i prodotti israeliani, perchè loro non hanno il diritto di produrre niente, molti di loro vivono ancora nei campi profughi… potrei continuare. A gaza, poi la situazione è molto peggio, con una violazione continua dei diritti umani più elementari. Bene. Se tu vivessi in queste condizioni, che prospettive per il futuro potresti intravedere, dopo mezzo secolo? Non ti diresti che forse l’unica carta che ti puoi giocare è quella di resistere con la forza?

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